Carità romana

Museo di Palazzo Baldeschi

Gian Domenico Cerrini, detto il Cavalier Perugino
olio su tela
1670 circa

L’iconografia della Carità romana deriva dall’episodio, narrato da Valerio Massimo, del vecchio Cimone destinato a morire di fame in carcere, poi soccorso e allattato dalla figlia Pero. Il tema ebbe nel Seicento una straordinaria fortuna dovuta in parte al recupero proposto da Caravaggio nella tela napoletana con le Sette opere di Misericordia. L’attribuzione della Carità romana a Cerrini fu avanzata correttamente da Giuliano Briganti, poco prima che l’opera venisse acquistata dalla Cassa di Risparmio di Perugia (1985).

Nel 1999 entrò a far parte dei beni della Fondazione. Il Cerrini, dopo un iniziale apprendistato a Perugia, si trasferì a Bologna quindi a Roma, dove realizzò la decorazione della cupola della Chiesa di Santa Maria della Vittoria, tra le maggiori imprese del Seicento romano. Dopo un breve soggiorno a Firenze, che lo mise in contatto con la corte medicea, tornò nuovamente a Roma dove rimase fino alla morte. Qui lavorò anche per committenti di rango come i Barberini, i Chigi, i Colonna, i Corsini, i Pallavicini, i Rospigliosi e gli Spada.

Le fonti e i documenti contano almeno sei dipinti dedicati dal Cerrini al tema della Carità romana. Uno, citato nell’inventario dei beni di Mattias de’ Medici, si trovava nel 1659 nella villa di Lappeggi; uno fu inviato da Roma (1666) a non meglio specificato principe di casa Medici; uno è citato nell’inventario dei beni posseduti dal Cardinale Neri Corsini (1679); uno si trovava, nel 1690, tra le opere possedute dal fratello di Gian Domenico, Tommaso. Due si trovavano nelle raccolte perugine di Francesco Maria degli Azzi e di Reginaldo Ansidei. Nel 2003 è stato proposto di identificare la Carità romana della Fondazione con quella ricordata dall’Orsini (1784) nella collezione Degli Azzi (1985). Gli studiosi sono concordi nel datare l’opera intorno al 1670.